Capitolo Trecentodiciannovesimo. Affinità

La mia mano, a peso morto, colpisce i dissuasori.
E' una vecchia abitudine di quando ero bambina, come camminare senza calpestare il bordo delle piastrelle o poggiando il piede solo su quelle con un certo colore, una data forma; come seguire con l'occhio il ciglio della strada, dal finestrino dell'auto o a tra il tartagliare del treno.
Li colpisco senza contarli, senza pensarci: solo il contatto col metallo e quel rumore ritmato nell'aria, con la mano a coppa sulla cima tonda, oppure a paletta, sull'asta.
Un colpo che è quasi una carezza.
Tic, tac, tic, tac, tic
Di fronte a me una bambina, che saltella in direzione contraria. La sua mano, a peso morto, colpisce i dissuasori.
Una mano piccola che si infrange dopo l'onda del passo, producendo un suono lieve, ma non per questo meno deciso.
Per un attimo non è più una bambina, ma un suono; non e' più un suono, ma un gesto; non è più un gesto, ma una compagna di giochi.
Tic, tic, tac, tic, tic, tac
Rallento, mi guarda: per un attimo vede un suono, un gesto, una compagna alle prese con lo stesso gioco. Poi il passo di nuovo veloce, tra un dissuasore e l'altro, poi lo sguardo di nuovo fisso verso la strada.
Tic, tic, tac, tic, tic, tac, tac
La madre la prende brusca per mano: non può più giocare. Mi osserva con l'occhio livido dell'invidia che i bambini riservano ai grandi. La guardo con l'occhio tenero che i grandi riservano a loro stessi quando vorrebbero essere bambini.
Tac, tac
Smetto anche io: dopo che si gioca in compagnia non è più bello giocare da soli.
1 Commenti:
Bello!
Di
effemmeffe, scritto alle 06/10/09, 13:56
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